Croissant in vetrina

18953292873_e75359669a_oAlberto cercò con attenzione una sedia lontana dal bancone del bar. Individuò due trespoli arancioni, alti e dall’aria scomoda, in un angolino che dava proprio sulla strada. Preferiva mangiare in vetrina, piuttosto che sentirsi asfissiare e assordare da tutta quella calca che affollava il locale.
Si sedette, producendo un gran baccano con le gambe della sedia, e si pentì di essersi lasciato convincere da Lucia.
Attese che la ragazza lo raggiungesse e affondò i denti nella soffice e calda pasta del croissant, mentre una cospicua dose di marmellata andava a ricoprirgli le labbra «è anche per questo che li detesto… Tutta questa cosa molliccia che squitamiela fuori non è molto piacevole.»
«Squita-cosa?»
«Squitamiela. Non conosci questa parola?» chiese Alberto, passandosi il minuscolo tovagliolo da bar sulle labbra e domandandosi a che diavolo servissero quegli affari duri che qualche sadico individuo aveva progettato al solo scopo di scartavetrare la faccia agli avventori.
«Credo che nessuno la conosca…» constatò Lucia, mordicchiando con gusto una crostatina alla frutta.
«Lo diceva sempre mio padre quando ero bambino, non ho mai pensato di cercarla su un vocabolario» spiegò, deviando l’attenzione dalla crostatina che gli faceva cariare i denti solo alla vista.
«Ha un bel suono, insomma, rende l’idea. Non ti piace proprio quel croissant?»
Alberto rifletté per qualche secondo. In effetti, dovette constatare che non era poi tanto male «non così orribile come credevo, ma dubito che diventerà il mio spuntino preferito» e si ritrovò a sorridere. Per trent’anni non lo aveva mai voluto assaggiare, convinto che tutti i croissant facessero schifo, invece fu costretto ad ammettere che avrebbe potuto mangiarlo una seconda e una terza volta. E anche una quarta, perché no?
La pasta morbida avvolta da una croccante superficie caramellata, con quel tocco di dolcezza non esagerata, non gli ricordava nulla che avesse assaggiato in precedenza.
Ad Alberto cadde l’occhio sul fermaglio rosso appuntato tra i capelli di Lucia «quel fermaglio rappresenta un integrale?» le chiese, arrendendosi a pulirsi la bocca con il palmo della mano e maledicendo l’inutile tovagliolo.
«Non credo che chi lo ha progettato ci abbia pensato, ma ne sono rimasta attratta proprio per quello. Lo avevo visto su una bancarella natalizia e mio nonno aveva insistito per regalarmelo.»
«Capisco» si limitò a dire Alberto, lasciando che la sua constatazione cadesse nel vuoto. Restava sempre un po’ interdetto quando qualcuno rievocava una persona defunta.
«Tu credi nella vita dopo la morte?» domandò Lucia, spezzando il silenzio.
«Ovvio, chi non crede nel Paradiso?» si sforzò di suonare convincente, domandandosi se fosse giusto mentire.
Lucia inclinò la testa di lato e arricciò il naso «i tuoi post non dicono la stessa cosa.»
Alberto sospirò «beccato» viste le circostanze, gli era sembrata la risposta più ovvia da dare «se però è la verità che vuoi, no, non ci credo.»
«Perché no?»
Lucia faceva spesso quel genere di domande. L’aveva conosciuta su un forum di religione ed esoterismo e col tempo avevano iniziato a frequentarsi. Gli piaceva, era curiosa e lo spingeva ad analizzare a fondo le sue convinzioni, mettendolo di fronte, ogni volta, a una prospettiva del tutto differente «dopo la morte c’è il nulla» spiegò Alberto «non credo nemmeno che esista quella cosa definita “anima”. I pensieri, le parole, tutto ciò che fa parte di noi non è altro che un insieme di cellule e impulsi elettrici.»
«Che immagine triste.»
«Cosa pretendevi?» Alberto trovò che quella conversazione non si addicesse al bar caotico in cui si trovavano. Fortuna che aveva già finito il croissant o gli sarebbe rimasto incastrato in gola.
«Ti ho mai detto che i miei nonni hanno chiesto espressamente di essere sepolti vicini? Così possono continuare a borbottare e a darsi della pentola di fagioli» Lucia mise in bocca l’ultimo pezzo di crostata «quando vado a trovarli, mi piace parlare con loro. Me li immagino l’uno accanto all’altra, sotto i cipressi, seduti su una panchina.»
La convinzione con cui Lucia lo rese partecipe della sua fantasia gli fece credere per un attimo che, se fosse andato al cimitero più di frequente, sarebbe riuscito a parlare con Samantha come se fosse stata ancora viva «che scemenza.»
«Quanto sei cinico. Il senso d’infinito è così bello! Secondo te perché ho scelto la strada della matematica?»
Alberto provò l’impulso di mettersi a ridere «cos’è, speri di dare il tuo nome a qualche formula immortale?»
Lucia abbassò lo sguardo, si morse il labbro e si picchiettò l’indice sulla punta del naso.
Alberto si domandava spesso cosa le passasse per la testa in quei momenti di stallo. Sospettava che in lei ci fosse una sorta di tempesta perpetua che, di tanto in tanto, sparava fuori qualche idea assurda, o qualche cazzata.
Lucia sollevò la testa di scatto e gli rivolse un sorriso radioso «sì» esclamò, facendo voltare la giovane coppia seduta nel tavolino a sinistra «è proprio così. Immagina, tra mille anni, un’aula piena zeppa di studenti» si alzò in piedi e si voltò verso la folla nel locale, allargando le braccia «il professore scorre la penna sul registro, “Galbiati! La formula di Macrì”. Lo studente si alza e pronuncia il mio nome.»
«E poi ti maledice, pure» Alberto non si curò di decifrare le espressioni di quelle quattro o cinque persone che si voltarono a fissarli, ma trovò che fosse seccante. Succedeva sempre così, ovunque andassero.
«E allora?» Lucia tornò a guardarlo negli occhi, catturando il suo sguardo, «al di là delle illusioni che posso ricreare, ho bisogno anch’io di una garanzia, ti pare? Mi dispiacerebbe essere dimenticata, il mondo sarebbe molto triste senza di me.»
Alberto scosse la testa e sorrise, levando gli occhi al soffitto «hai ragione. Il mondo sarebbe molto triste senza di te, il mio in particolare» anche se questo significava accettare di attirare l’attenzione.
«Visto? Su, andiamo.»
«Dove?»
«A casa mia.»
«A perforarmi i timpani come l’ultima volta?» domandò Alberto, inacidito al ricordo della serata trascorsa ad ascoltare Smells Like Teen Spirit a ripetizione, in mezzo a patatine, fumetti e cartacce sparse sul divano.
«Ovviamente.»
Alberto valutò l’idea di prolungare la sua permanenza nel bar e prendere un altro croissant.
Senz’altro meglio delle patatine scadute, pensò, seguendo Lucia fuori dal locale, lungo le vie del centro illuminate dalle luci di Natale.

Samantha le avrebbe adorate.


Tempo fa mi ero appuntata una scaletta per la stesura di un romanzo di formazione che vedeva, tra i personaggi principali, Alberto e Lucia.
Si tratta di una storia che non ho mai portato avanti e a cui ho preferito LEDE.
Nonostante questo, però, ho scritto alcune scene che stuzzicavano la mia fantasia.
Questo racconto è parte di quelle slice of life scritte per rilassarmi e per staccare un po’ dalla stesura di LEDE.

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5 Comments

  1. Buongiorno Chiara,
    ormai è ufficiale: sono una lettrice fidelizzata del tuo blog.
    Perdona l’espressione commerciale ma lavoro in campo amministrativo da troppo tempo e mi capita di inciampare a volte e mio malgrado nella mesta deformazione professionale.
    Tornando a te, oggi, quando ho aperto la mail, ho trovato con piacevole sorpresa il tuo aggiornamento. Non mi aspettavo così presto tue notizie e con curiosità mi sono apprestata a leggerti. Sorpresa nella sorpresa oggi ho trovato un tuo elaborato!! 🙂
    Il tuo racconto mi è piaciuto, l’ho letto con interesse e mi sono ritrovata nel bar con caffè e sfogliatella in cerca di una coppia teneramente improbabile come i tuoi Alberto e Lucia…
    In uno dei miei tanti trascorsi letterari avevo trovato un messaggio dell’autrice ai suoi lettori che ho molto apprezzato e che vorrei condividere con te:
    ” A te, lettore, vorrei dire che esistono persone il cui unico scopo è quello di divertirsi. Se appartieni a questa categoria, leggi, divertiti e poi va’ per la tua strada, proprio come faresti dopo aver assistito a una buona rappresentazione teatrale. Se invece sei fra coloro che sono in grado di ascoltare il messaggio, lo sentirai forte e chiaro. Il mio suggerimento è che tu assapori il messaggio, gusti quello che va bene per te e sputi fuori il resto; in fondo, è proprio così che gira il mondo.” (Marlo Morgan … E venne chiamata due cuori).
    Come ti sembra?

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    1. Buongiorno a te, Mary. Mi fa molto piacere sapere che sei una lettrice fidelizzata del blog e ricorda che l’utilizzo di termini amministrativi acquisiti nel corso della tua professione determina semplicemente il tuo stile (per quanto tu non abbia velleità di scrittura) e rende riconoscibili i tuoi scritti, senza inficiarne minimamente la qualità.
      Riguardo all’insolito giorno di pubblicazione, ho deciso di introdurre, saltuariamente e sempre di mercoledì, la pubblicazione di un racconto o di un reportage di viaggi (con questo ho appena rivelato la nascita di una nuova sezione, prossimamente).
      Venendo al racconto, mi fa molto piacere che tu lo abbia letto e apprezzato. La pubblicazione di un testo di narrativa mi fa un effetto “diverso” rispetto a un articolo argomentativo (di questo ne discuterò in un futuro post).

      Non ho mai letto “…e venne chiamata due cuori” ma trovo che il messaggio lasciato dall’autrice ai suoi lettori abbia molto più di un fondo di verità.
      Molto spesso la lettura è un divertimento, uno svago e un modo per rilassarsi. In molti altri casi, invece, il libro diventa un mezzo per veicolare un messaggio che ogni lettore saprà cogliere in modo diverso, rigettando tutto il resto.
      Quando un autore “lascia andare” la sua opera, accetta che i lettori la facciano propria e che la interpretino in base al loro vissuto.
      Ti ringrazio per questa piccola citazione che hai voluto condividere 🙂

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