Diamoci un taglio

14782306455_568992bf60_oPrima di iniziare la stesura di un romanzo è fondamentale avere chiari i punti salienti della trama e il contesto in cui si svolge la vicenda.
Che una storia si svolga in un luogo realmente esistente o in un mondo immaginario, l’autore non può prescindere dal conoscere ogni minimo dettaglio della realtà che intende narrare.
Attenzione, l’autore lo deve conoscere, non il lettore!
Se voglio narrare una storia che si svolge a Milano, dovrò informarmi sui quartieri, i mezzi di trasporto, i punti d’interesse, la vita delle persone. Sono un sacco di informazioni essenziali per la buona riuscita della storia. Posso dire che la storia si svolge a Milano ma, se non inserisco alcun dettaglio che rimandi alla città in questione, avrò dei problemi consistenti nello spostamento dei personaggi. Potenzialmente potrei sbagliare i tempi di percorrenza e dire che Peppino ha percorso a piedi, in mezz’ora, la distanza dal Duomo a Rho Fiera.
È grave? No, è gravissimo.
Se si tratta invece di un mondo immaginario, magari con leggi fisiche differenti da quelle terrestri, o comunque con una geomorfologia propria, non esiste la scappatoia del nome.
È essenziale che tale mondo sia definito nella mente dell’autore con dovizia di particolari.
In questo, una cartina è d’aiuto, così come un’accurata descrizione della geomorfologia e della storia del mondo.

Nel mio mondo so anche quanti fili d’erba ci sono, ho scritto 300 pagine di descrizione. Sono stato bravo?

No.
Come dicevo all’inizio, sono dettagli che l’autore deve conoscere ma che al lettore non interessano e a cui è bene dare un taglio (da qui il titolo del post).

Un taglio alla geografia
Quando si descrive un mondo immaginario o un contesto reale che non si conosce in modo approfondito, è necessario documentarsi, prendere appunti, scriversi i dettagli così da non dimenticarli. In genere, quando scrivo, parto inserendo pipponi di pagine e pagine di contesto che non interessano a nessuno ma che mi sono utili nel corso della stesura. Mi fisso qualche frase chiave in un file a parte, così da risalire facilmente alla descrizione che m’interessa. Fatto questo, proseguo con la storia. In media, dopo una quindicina di capitoli, ho una buona padronanza del contesto entro il quale si muovono i personaggi.
A quel punto, prendo i pipponi capitoli iniziali, li copio in un file con il significativo nome di “cestinati” e mantengo soltanto quelle frasi che delineano un contesto senza annoiare. Quando taglio le descrizioni, di fatto non butto nulla. Di frequente ho recuperato frasi dai capitoli cestinati.

Un taglio ai dialoghi
Ogni volta che introduco un nuovo personaggio, anche se ne possiedo un abbozzo di personalità e un’accurata descrizione fisica, tendo a rendere i dialoghi inverosimili. Ho come l’impressione che il personaggio ammicchi al lettore dicendogli “ehi, io sono così e parlo in questo modo”.
Aggiungo dettagli inutili che il personaggio non ha alcuna necessità di riferire, dal momento che gli altri già li conoscono.
Anche in questo caso, trascorsi quattro o cinque capitoli, il personaggio è ormai delineato nella sua forma iniziale e pronto a evolvere, quindi posso rimettere mano al testo e tagliare dove occorre, spostando tutto in “cestinati”.

Un taglio al contesto storico
Che si tratti di realtà o immaginazione, è innegabile che debba esistere un contesto storico, un accenno del perché gli eventi seguono un certo percorso piuttosto che un altro.
Da mesi, sto cercando di arrivare alla fine del romanzo “La caduta dei giganti”, di Ken Follett. Personalmente trovo che la trama sia interessante per quanto riguarda le vita dei personaggi che si intrecciano con lo scenario della prima guerra mondiale. Di contro, c’è un eccesso di informazioni storico-politiche che allungano il brodo, annoiano e che dimentico tre nanosecondi dopo averle lette.
Un altro esempio, sempre in una mia recente lettura, è “Il canto del ribelle”, di Joanne Harris. Il romanzo è narrato dal punto di vista di Loki, l’ingannatore dio del caos e dell’astuzia secondo la mitologia norrena. Il personaggio è interessante e ben riuscito, dopo una cinquantina di pagine la storia inizia a ingranare, ma i primi capitoli sono uno spiegone di pagine e pagine sulla storia del mondo commentata da Loki. Non ricordo quasi nulla di ciò che ho letto in quelle pagine e, nonostante questo, non ho alcuna difficoltà a comprendere lo svolgimento attuale, segno che forse potevano essere tagliate o distribuite lungo tutto il romanzo.

Un taglio alle scene
Ci sono scene che mi piacciono tanto, che amo alla follia, che mi sembrano le più belle mai scritte nella storia della letteratura e che… Vanno tagliate.
Pagine di interazione tra due personaggi che non portano giovamento alla trama, non fanno progredire la storia e non fanno evolvere i personaggi, sono un modo come un altro per allungare il brodo. Peggio ancora se sono inverosimili in una certa situazione che si era magari venuta a creare in precedenza o se alterano i punti cardine della storia.
Queste scene però, più di ogni altro taglio, meritano di essere conservate in un file apposito per il riciclaggio, soprattutto se contengono qualche spunto interessante per il futuro.

La regola d’oro dei tagli
Se una scena è superflua, scritta male, noiosa o inverosimile, è giusto applicare un taglio alla storia. Sbagliato è buttarla via e cancellarla per sempre da qualsiasi supporto di memoria.
Il numero di scene tagliate che ho in seguito recuperato non si conta più.
Avere un file da cui recuperare agevolmente i brani cestinati è una gran comodità, così come l’uso di SVN, un sistema di controllo versione di cui parlerò in futuro.
Tagliare quando occorre, mai cancellare.
Un sano accumulo di “qualsiasi cosa possa essere utile” fa bene allo spirito.


Per gli scrittori, le vostre storie a quali tagli sono soggette?
Per i lettori, vi viene in mente qualche libro a cui vi sarebbe piaciuto che fosse stato operato un taglio?

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7 Comments

  1. Come scrittrice, solitamente non ho bisogno di tagliare parti, al massimo di aggiungerle perché ho il problema contrario… Invece di allungare il brodo, tendo a stringerlo e tirarlo per arrivare alle parti che più mi preme scrivere! Però credo che i suggerimenti di questo post funzionino anche “al contrario” e ti ringrazio molto per averlo scritto 🙂

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    1. Ciao e benvenuta nel blog! 🙂
      Per risolvere il problema delle parti che mi preme scrivere, ho adottato una tecnica per cui scrivo i capitoli in ordine sparso, anche se tendo a limitare questa tecnica perché in alcuni casi si fa problematica 😉
      Aggiungere parti mancanti, invece, è una cosa che proprio non riesco a fare, mi sembra sempre di alterare l’equilibrio di un capitolo già scritto.

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  2. Caspita, ci vuole proprio un gran metodo per scrivere un libro!
    Davvero non bastano le idee, ci vuole anche tanto lavoro e dedizione. E’ stato interessante ciò che hai scritto in merito.
    In effetti libri da me più ricordati per la scrittura che la trama ce ne sono… a volte ci sono autori che sembrano compiacersi della loro capacità di narrare e di conoscere al punto di non riuscire poi ad imbastire una trama avvincente e convincente dentro il loro capolavoro di alta letteratura, che appare così fine a se stesso piuttosto che un messaggio da trasmettere…
    Probabilmente si tratta anche di personale sensibilità all’approccio del libro e quindi il parere del lettore appare molto soggettivo ma… sì… ci sono alcuni libri che contenevano tante informazioni di troppo che, una volta lette, venivano prontamente dimenticate e a volte, aihmè, così fuorvianti da rendermi difficoltoso il riprendere il filo della storia…
    Nei classici per esempio non sono mai riuscita ad apprezzare autori quali Verga, Tommasi di Lampedusa, Thomas Mann; mentre nei moderni o postmoderni non ho condiviso l’entusiasmo per “Il nome della Rosa” di Eco, “Cent’anni di solitudine” del Marquez o “I sensi incantati” di Bevilacqua.
    Per fortuna però la curiosità di leggere non mi è mai venuta a mancare e quindi persevero nella mia ginnastica quotidiana 🙂
    Quindi ben venga che ci siano tanti nuovi scrittori felici di condividere con noi lettori le loro idee…
    Una buona settimana
    ciao

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    1. Ciao Mary,
      hai detto bene, per scrivere un libro non basta un’idea.
      Sono convinta che molti aspiranti scrittori non abbiano mai terminato le loro opere per l’assenza di un metodo efficace che supportasse lo sviluppo dell’idea iniziale.
      Anche io, come te, non ho condiviso l’entusiasmo per “Il nome della rosa”. Forse perché l’ho letto in terza liceo, quindi mi sono persa il significato di buona parte delle digressioni filosofiche, o più semplicemente perché tali digressioni mi distraevano dall’intreccio principale che, in taluni casi, sembrava essere stato totalmente dimenticato.
      Una buona settimana anche a te 🙂

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