In morte di un personaggio

Cimitero di St. Just in Roseland - CornovagliaCapita, nello scrivere una storia, di dover decretare la morte di un personaggio. Quale che sia la ragione per cui si decide di toglierlo di mezzo e le modalità con cui questo avviene, il succo non cambia: l’autore ha deciso che quel personaggio morirà.
Da lettrice, mi affeziono ai personaggi e mi riesce difficile accettare la morte di quello che consideravo il mio personaggio preferito. Da autrice, accade più o meno la stessa cosa e ho un sacco di remore nell’uccidere uno dei miei “figli”, anche se malvagi.
Le modalità con cui opero nel mio “personaggicidio” di solito sono tre.

Suicidio
Mi piace narrare di suicidi e infatti ne ho una discreta quantità all’attivo. Non sono molto originale, i miei personaggi hanno tutti una predilezione per i ponti alti o i dirupi. Ho solo due racconti che fanno eccezione. Nel primo, ho trattato di un samurai uccisosi tramite seppuku e, in quel caso, mi sono concentrata principalmente sui dettagli del rituale. Il punto di vista del narratore era quello del kaishakunin, un compagno fidato del samurai incaricato della decapitazione seguente al taglio del ventre.
Nel secondo, invece, la protagonista era una ragazza poco più che ventenne, impiccatasi nel parco dietro casa. Ho posto l’attenzione sulla morbosa ricerca della ragazza riguardo alle caratteristiche che la corda avrebbe dovuto possedere, una ricerca iniziata come una remota possibilità e infine conclusasi con l’accettazione del suicidio come liberazione.
Un argomento che non ho mai trattato è “il dopo”, il punto di vista di quelli che rimangono. Forse perché i pareri e le chiacchiere di chi non ha compiuto il gesto estremo non mi interessano. Nessuno dei miei personaggi aveva qualcuno che avrebbe pianto per lui/lei.

Omicidio
Ho trattato dell’omicidio in una gran varietà di modi. Personaggi uccisi da un semplice colpo di spada o di pistola, oppure pugnalati nel sonno da qualcuno che credevano amico.
Altri, invece, sono stati torturati a morte. In rete e in biblioteca non manca materiale sull’argomento: l’uomo, a quanto pare, non ha mai avuto difficoltà nell’inventare i metodi di tortura più orripilanti.
Il punto di vista che adotto è, di solito, quello di chi uccide o di chi assiste all’uccisione, mai quello della vittima, forse perché non ho mai narrato di personaggi che, sapendo di dover morire per mano di qualcuno, avessero cercato di impedirlo.
Nelle mie storie, l’omicidio è sempre imprevedibile per chi lo subisce, talvolta premeditato per chi lo commette, anche se credo che LEDE farà eccezione riguardo all’imprevedibilità per la vittima.

Morte naturale
Sorprendentemente, l’ultimo punto non riguarda morti lenti e angosciose di malattia ma una semplice morte naturale al termine della propria esistenza. Si tratta di personaggi anziani, morti in pace accanto ai propri cari o in solitudine tra le quattro mura di casa.
Essendo racconti in prima persona, il/la protagonista non può narrare la sua morte, quindi sono solita spezzare la storia in due parti.
La prima parte, scritta al presente, è narrata dall’anziano/a che conduce una vita normale, ripensa alla sua giovinezza, legge un libro o sferruzza a maglia. Nel corso di quella giornata (e magari anche nelle successive) avviene l’evento scatenante, senza il quale non c’è storia che tenga.
Sciolti tutti i nodi, il/la protagonista si corica a letto, pensando al biglietto della spesa lasciato vicino al telefono e alla spazzatura da portare fuori.
La prima parte termina e inizia la seconda, in cui il focus si sposta sui cari del defunto. Se il/la protagonista non ha parenti che si accorgano della sua scomparsa, allora il punto di vista diventa quello della vicina di casa accortasi della sua dipartita solo a causa del tanfo mortifero che invade il pianerottolo.
La parte che preferisco narrare è lo sgombero dell’appartamento da parte di figli o nipoti: il ritrovamento di pezzi della loro infanzia creduti perduti o ricordi nostalgici del defunto seppelliti in una scatoletta polverosa e arrugginita.
In alcuni racconti esiste anche una terza parte, un incontro tra lo spirito del defunto e uno dei suoi cari. Nel mio preferito (che magari un giorno pubblicherò sul blog) lo spirito del defunto, novant’anni dopo la data di morte, dialoga sotto a un pino con un perfetto sconosciuto che, impietositosi di fronte allo stato di incuria della lapide, decide di ripulirla con cura e affetto, senza che nulla gli sia dovuto.

La morte del personaggio vista da lettrice
Quando leggo, ci resto male se il mio personaggio preferito muore. Non a caso, anche se ho lasciato EFP, continuo a scrivere fanfiction per mio diletto personale e, in ognuna di esse, resuscito immancabilmente il personaggio ucciso dall’autore originale.
Questo non significa che io digerisca tutte le resurrezioni inserite dall’autore in una storia. Le fanfiction le scrivo solo per me stessa, nessuno le leggerà mai tranne me quindi, se un personaggio torna in vita “perché sì”, nessuno se ne avrà a male.
In un fantasy, se c’è una spiegazione razionale rispetto al contesto, accetto la resurrezione come un evento “normale” e passo oltre, magari sono pure felice, se quel personaggio mi piaceva. Lo stesso vale per la fantascienza: se le tecnologie consentono di riportare in vita un morto, nulla da eccepire.
Non tollero invece la presenza di personaggi che dovrebbero essere morti e che ricompaiono dal nulla duecento pagine dopo senza alcuna spiegazione valida se non “sono figo e sono sopravvissuto” oppure “mi sono finto morto e mi sono fatto una vacanza ai tropici”.
Quando succede, spero che all’autore fischino le orecchie.

 

Da scrittori, come trattate la morte dei vostri personaggi? C’è un metodo che preferite per uccidere o qualunque tecnica va bene purché il personaggio muoia? E non vi dispiace nemmeno un pochino?

Da lettori, cosa vi piace trovare in un romanzo? Come vedete le resurrezioni, motivate e non?

 

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6 Comments

  1. In Pelicula ho fatto una scelta molto particolare sul destino di alcuni personaggi (ma non spoilererò! ^___^ ). Oltre a quelle che hai citato aggiungo la morte sacrificandosi per i propri compagni, che mi ha permesso di onorare un buon personaggio il cui cammino doveva concludersi.

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  2. Ciao Chiara,
    ti confesso che non amo le resurrezioni.
    Un esempio per tutti: Harry Hole.
    So che non ti piacciono i noir, genere che invece a me piace molto. Nel vasto panorama a disposizione a volte mi imbatto in personaggi così ben raccontati che mi entrano nell’anima. Questo il caso di Jo Nesbo e del suo Hole: detective umanamente dannato, fra droga alcool e vita difficile, ma con tenace determinazione nella lotta al male… una sorta di Batman norvegese
    😀
    ebbene… per me Harry Hole è morto… dico per me perchè, dopo la lettura de “Lo spettro” ne ho elaborato il lutto con sommo dispiacere ma con la consolazione dell’eroe che arriva al sacrificio estremo… un gesto di generosità paterna sebbene non biologica… quell’intenso personaggio che libro dopo libro avevo imparato ad amare ha concluso in maniera magistrale il suo percorso e si è cristallizzato nei miei ricordi.
    Non mi importa per quali ragioni Nesbo lo abbia riportato in vita… per me la storia si è conclusa e ho deciso io, lettore, di non volere altri finali.
    Ecco perchè critica positiva, recensioni e consigli di amici non mi convinceranno ad aprire un libro con il seguito della sua storia. Per me va bene così 😉

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    1. Ciao Mary, capisco quanto una resurrezione in un noir possa essere fastidiosa (non vedo in che modo questa possa accadere). In quello che hai scritto c’è una sacrosanta verità: il lettore può scegliere di non proseguire la lettura e può scegliere di considerare la storia conclusa nel punto che più lo aggrada.
      A me era accaduto con il manga di Death Note. Adoro quella storia (al punto che ci ho fatto anche la mia tesina di maturità) e l’ho letta tutta. I successori di uno dei due personaggi principali mi hanno ispirato diverse fanfiction ma, per me, la storia si è conclusa con la morte di uno dei due personaggi principali che compaiono fin dai primi capitoli.
      Tutto il resto è un di più che poteva essere tagliato.

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  3. Se non ti piace vedere morire i personaggi cui ti sei affezionata – come è per me – immagino che tu ami George R. R. Martin… lui li fa cadere come mosche, tranquillo, semplicemente perché nella realtà succede così. E’ bravissimo, ma lo detesto. Tu, invece, mi hai incuriosita parecchio con suicidi, omicidi e Giappone. Io non farei morire nemmeno le mosche, nelle mie storie. 😉

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    1. George Martin è il peggior assassino (letterario!) in cui mi sia capitato di imbattermi.
      Non riesco a uccidere tutti i personaggi che dovrebbero morire, alla fine qualcuno lo salvo sempre.
      Riguardo al Giappone e al seppuku ci sono arrivata per vie traverse. Mi sono interessata dapprima alla Shinsengumi, in seguito ai samurai e, in ultimo, al seppuku. Mi sono documentata a lungo e con estremo piacere, così alla fine ci ho scritto una storia.

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